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GLI OCCHI DELL’INNOCENZA – Parte IV

INTERVISTA ALL’INTERNO DI CLYMER HOUSE

DONA: Nei film degli anni 20, quando non c’era ancora il sonoro, gli attori avevano a disposizione solamente il proprio corpo. Sono dei film veramente fantastici da vedere, perché se osservi attentamente i corpi degli attori, i loro movimenti, ti rendi conto di quanto abbiamo perso, in termini di espressività. Guardo questi film e mi chiedo come posso trarne insegnamento, come posso integrare la mia pratica ed il mio insegnamento. Osservo i movimenti di Douglas Fairbanks, osservo il modo in cui il suo corpo trovi uno slancio verso l’alto grazie ad un’azione che nasce nelle caviglie, e che attraversa le gambe per contattare le anche. E’ un movimento che non avevo mai visto prima, probabilmente veramente in pochi lo avevano mostrato prima di lui. La maggior parte delle persone crolla nelle proprie anche, ed in generale nelle proprie articolazioni, senza che ci sia alcuna azione verso l’alto. Intervistato circa questo particolare movimento da un giornalista, l’attore ipotizzava che ciò derivasse dall’aver praticato sia la boxe che la ginnastica. Si era esercitato molto, nella boxe, e quelle erano le sue passioni : ginnastica e boxe. Era convinto che avesse acquisito leggerezza, e la mobilità delle caviglie, grazie alla boxe. E’ possibile osservare molto chiaramente questa sua peculiarità nei film in cui interpreta Zorro; il suo corpo raccoglie da terra una forza diretta verso l’alto.

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GLI OCCHI DELL’INNOCENZA: Parte III

INTERVISTA CAMMINANDO SUL SENTIERO DEL DEATH CANYON

 

DONA: L’acqua si presta ad una interessante metafora grazie alla sua limpidezza. Ieri abbiamo parlato dello specchio d’acqua e delle increspature. Il più delle volte guardiamo le cose come ora. Siamo in questo incantevole bosco e ci guardiamo attorno.Guardiamo in un modo che non è mai trasparente come l’acqua; ci sono sempre molte cose dietro allo schermo, dietro alla scena. Quando ti guardi attorno sai già cosa stai guardando, affiorano ricordi, associazioni, probabilmente sei coinvolto emotivamente, e pertanto non c’è mai un limpido riflesso di ciò che stai guardando.

 

DIANA: Vediamo noi stessi.

 

DONA: Vediamo attraverso i nostri occhi; è come se ci fosse una nuvola nel mezzo. Invece di riflettere direttamente le cose guardiamo attraverso questa nuvola, che sono i nostri ricordi. Ieri abbiamo parlato del tempo. Guardare è un’azione che viene sempre compiuta dalla prospettiva del tempo. Abbiamo un passato ed è così che guardiamo, attraverso le nostre esperienze passate. Non c’è mai un riflesso limpido come quello dell’acqua, ci sono sempre increspature, nuvole. Sostanzialmente il cervello ha due funzioni. C’è quella “normale”, quella che utilizziamo quotidianamente per vivere la vita di tutti i giorni. Dobbiamo andare in ufficio, lavorare, dobbiamo mangiare, fare la spesa, pertanto abbiamo bisogno del cervello che usiamo tutti i giorni, quello antropocentrico. È quello che utilizziamo per vivere in questo mondo. Ma c’è poi anche un altro mondo. Guarda quello scoiattolo: faccio solo un esempio di un punto di vista antropocentrico. Tanto per cominciare lo chiamiamo scoiattolo, che è un nome dato dall’uomo, perché molto probabilmente lo scoiattolo non ha un termine per definire se stesso, o perlomeno ne usa uno differente dal nostro. Scoiattolo è un nome umano. Ci sono poi parecchie altre cose da dire a suo riguardo. È grazioso, carino, è veloce, ed è vanitoso. Sono tutti giudizi umani. Potresti anche pensare: “ che piccolino”. Nella sua testa, nel suo mondo di scoiattoli, nel mondo scoiattolo-centrico, non è piccolo per niente; è normale. Lo scoiattolo potrebbe pensare che siamo noi ad essere enormi, e lenti. Quindi ogni specie guarda alle altre partendo dal proprio punto di vista, che pone la propria specie al centro.

 

DIANA: Dovremmo cercare di uscire da questa concezione antropocentrica ?

 

DONA: La mente funziona in modo duplice. Da una parte ci pone al centro dell’universo. Pensiamo : “Le stelle sono al di fuori di me, come gli alberi, e gli animali, quindi il centro dell’universo sono io”. Ma abbiamo anche un’altra possibilità, che alcuni scienziati definiscono ora “la mente quantica” che sta nella facoltà di evadere temporaneamente dalla visione antropocentrica e guardare le cose con occhi non umani, diciamo, e quindi entrare nuovamente in connessione con ciò che gli scienziati definiscono zona quantica, oppure mondo quantico.

 

DIANA: Guarda, c’è una bella nuvola.

 

DONA: Una bella nuvola, certo, tutto è bello. E, di nuovo, bello è una definizione antropocentrica, giusto? Una nuvola è semplicemente una nuvola. Ciò è interessante; per tutta la vita assegniamo dei valori a ciò che ci circonda. Le cose sono cose e, nel momento in cui la definiamo, gli attribuiamo un significato, che sia positivo o negativo, o neutro. Ma assegniamo sempre un significato a ciò che ci circonda. Le cose sono solamente cose, un albero è solo un albero. Siamo noi che lo definiamo bello oppure brutto.

 

DIANA: Prestare attenzione,prestare solo attenzione senza aggiungere definizioni a questo atto, sarebbe questo lo stato quantico ?

 

DONA: Si. La prima volta che mi sono veramente accostata a questo concetto è stato quando sono stata in India per la prima volta, nel 1964. Eravamo nella foresta. C’era un ranger, e ci portava in giro con una jeep. Non si poteva scendere dalla jeep perché c’erano i leoni (molto persone non sanno che ci sono ancora i leoni in India, nel parco nazionale di Ghir). Continuava ad indicare con il dito “ Guardate il cervo lì, guardata gli uccelli là, vedete gli animali ?”. Io non vedevo nulla e pensavo tra me e me : “ Cos’ho che non va ?”. Poi ho capito che,chi li vedeva, aveva imparato a prestare attenzione. I loro occhi erano così veloci, sapevano esattamente come guardare. Dopodiché ho cominciato ad allenarmi. Pensavo: “È ridicolo che io non riesca a vedere” . Perciò ho cominciato ad allenare i miei occhi. Ed ho capito un altro aspetto in merito all’atto di prestare attenzione. Quando ritorni, con la mente, al momento in cui hai prestato attenzione capisci che in quel momento non hai pensato di prestare attenzione. Ho capito che pensare e prestare attenzione non possono occupare lo stesso spazio, nello stesso momento. Credo che questo sia ciò che gli scienziati definiscono con i termini di mente quantica e mente conscia. La mente consapevole, la mente pensante è quella che agisce nel tempo e che include in sé l’atto di pensare, progettare. L’atto di pensare ha a che fare con le parole, con le frasi, le immagini. E’ la proiezione del modo interiore. Platone ebbe l’idea della caverna: all’interno della caverna i prigionieri guardavano, proiettate sul muro, le ombre di ciò che stava dietro di loro.

E’ ciò che facciamo noi tutto il giorno. La scatola cranica è la nostra caverna e noi guardiamo le immagini proiettate sul muro interno della caverna. Queste immagini sono connesse con il linguaggio. L’arte di prestare attenzione è molto diversa. L’attenzione non è una linea continua che collega il passato con il presente ed il futuro, è più simile ad una serie di puntini. Si può essere attenti solo per un milionesimo di secondo e poi di nuovo, e di nuovo. Non c’è continuità. Si tratta di un atto che è fuori dai confini spazio temporali. Questa è la mente quantica, che non è contenuta nel tempo e nello spazio. E’ al di fuori del tempo e dello spazio. In qualità di essere umani abbiamo entrambe le possibilità. E’ da qui che nasce la metafora dell’equilibrista. Nel nostro mondo antropocentrico, nel mondo in cui pesano i ricordi, le associazioni e le parole, viviamo di norma utilizzando esclusivamente la mente lineare. E’ la caverna con le immagini proiettate al suo interno. Ma la realtà è fuori.

 

DIANA: Cosa succede quando hai esperienza di quel puntino, di quel momento ? Cosa succede quando ritorni ? Qual è la differenza, a quel punto ?

 

DONA: Beh, la cosa interessante è che dopo aver attenzione totale, dopo essere stato al di fuori dalla logica di conseguenza temporale, non ne hai memoria, perché per avere un ricordo lo devi costruire.

 

DIANA: Succede come quando sogni ?

 

DONA: No, non è come un sogno. E’ attenzione, e non lascia nessun residuo. C’è una differenza sostanziale tra guardare e vedere. Credo che alcuni scrittori abbiamo fatto la medesima distinzione. Guardare significa riconoscere le cose, come riconosciamo gli alberi, gli animali e, nell’atto di riconoscere, compromettiamo ciò che stiamo guardando. E torniamo al concetto dello stagno e delle increspature. Invece di avere una visione chiara, quando arrivano le increspature, il riflesso è distorto. Ecco ciò che arreca danno, nuoce nell’atto del guardare. Guardare è necessario, nonché utile, perché bisogna sapere che questo è un albero, e non è possibile camminarci attraverso, ma il rovescio della medaglia è che l’idea, il ricordo, la nuvola, si mettono tra noi e ciò che stiamo guardando, e non è possibile fare semplicemente esperienza dell’albero. Non è possibile farlo perché c’è qualcosa che sta in mezzo, si frappone, e quel qualcosa sono io. L’atto di vedere si realizza nel momento in cui l’ “io” non è in mezzo, di modo che ci si possa avvicinare veramente all’albero, e tra l’albero e me ci sia un vero scambio quantico, che non è uno scambio emotivo.

 

DIANA: Cos’è uno scambio quantico ?

 

DONA: Guardare è un atto sempre direttamente connesso con la memoria, è correlato alla mente lineare. E’ in relazione con i processi intellettuali e con le emozioni. Quando guardiamo qualcosa ne siamo solitamente emozionati. Se guardo uno scoiattolo mi viene da dire : “che carino questo scoiattolino” e già si scatena in me un sentimento di profonda tenerezza. Questa è una falsa relazione. E’ falsa perché lo scoiattolo non è carino, né piccolo; lo scoiattolo è semplicemente uno scoiattolo. Sono le definizioni di carico e piccolo, che si pongono tra me e lo scoiattolo, che fanno sì che l’intera questione sia legata ad una emozione di tenerezza. Questo è “guardare”.

Se invece “vediamo” le cose, in questo atto, proprio perché non poniamo nulla tra noi e ciò che stiamo vedendo, non viene scatenata alcuna reazione emotiva, ma si instaura un’altro tipo di relazione, che non è emotiva. Non c’è nulla di “carino e piccolino” o “un bell’alberello” o “una bellissima nuvola”.

Non essendoci etichette il tipo di contatto è diverso, è un contatto che ha a che fare con il corpo, e con qualcosa che si trova dentro il cuore, nel cuore del corpo. Io leggo molto rispetto alla fisica quantica. Gli scienziati ci stanno prendendo per mano e conducendo verso orizzonti incredibili.

 

DONA: Intuitivamente possiamo percepire molte cose, ma questi scienziati stanno dando corpo alle nostre sensazioni. Uno degli aspetti, sui quali questi scienziati stanno lavorando, è quello per cui, quanto due particelle vengono a contatto, urtando ’una contro l’altra, dopo questa collisione condividono le medesime informazioni; praticamente fondono le informazioni in un corpo solo. Quindi, se dall’inizio del Big Bang, se dall’inizio delle creazione, tutte le particelle hanno urtato l’una contro l’altra, l’intero universo condivide le medesime informazioni. Questa è uno degli aspetti che più mi fa arrovellare il cervello, che tutto ciò che fa parte dell’universo condivida le medesime informazioni, nostri corpi compresi, che sono costituiti anche essi di particelle ed atomi. Per questo sostengo sempre che ogni essere umano sia completo. Abbiamo tutto. Abbiamo tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, siamo in possesso di tutti gli strumenti necessari per andare là fuori ed avere un rapporto testa a testa con l’universo, perché siamo assolutamente parte integrante di esso. Non siamo entità separate e lontane dalla terra, lontane dall’universo; siamo parte integrante di ciò. Di conseguenza tutto ciò che dobbiamo fare è prenderne coscienza, capire che sì, è vero, abbiamo creato questa bella oasi nel mare infinito dell’universo,ma continuiamo ad essere parte di esso.

A proposito, ho sentito che il nome Maria deriva da Miriam, che significa “oceano triste ” o “mare triste”.

 

DIANA: Lo so ‘Mar’ ‘yam’. Si, Mar-yam.

 

DONA: Quindi, come un mare triste, questo oceano immenso, questo mare immenso nel quale stiamo nuotando è l’universo. E gli esseri umani, e tutti gli animali, creano la loro piccola oasi in questo mare, la loro piccola isola. Ciò viene concepito con la mente lineare, ma abbiamo anche un’ altra possibilità, perché abbiamo anche un corpo che condivide le stesse informazioni di tutto l’universo. Quindi, quando guardiamo un albero, lo possiamo fare dalla prospettiva dell’essere umano e pensare: “Che bell’albero, che albero carino, che brutto albero”, oppure possiamo passare dall’altra parte, ed utilizzare il corpo, il cuore, e fare in modo che diventi una relazione tra atomi ed albero, l’universo che guarda se stesso, che diventa cosciente di se stesso, che prova amore per se stesso. Questo è quanto sostengono gli scienziati, che l’universo sia consapevole di se stesso, proprio perché le informazioni sono universalmente condivise. Di conseguenza è quindi semplicemente una questione di avere consapevolezza dell’albero partendo dal medesimo livello, da un livello atomico, diciamo.

 

DIANA: Quindi si tratta di mettere da parte il cervello, i pensieri ed i ricordi, di farli svanire.

 

DONA: Si, e questo è un altro aspetto che trovo molto interessante. Einstein ha scoperto che spazio e tempo sono fusi insieme, sono una cosa sola, che viviamo in un mondo quadridimensionale, e che oltretutto il tempo è flessibile, che anche lo spazio lo è. Ed è quanto dicevo ieri. Alle volte un minuto dura un secolo, altre volte un anno vola in un niente.

 

DIANA: E’ quello che viene definito tempo psicologico ?

 

DONA: Questo è il tempo psicologico con il quale ci confrontiamo sempre. La consapevolezza del mondo quantico si trova al di fuori della struttura di tempo e spazio, del tempo psicologico. Di conseguenza esiste una consapevolezza diversa, che non può essere definita con il linguaggio, perché il linguaggio è quadridimensionale.

 

JOSH: Qualcuno sostiene che ci siano più di quattro dimensioni, che noi siamo all’interno di una membrana costituita da quattro dimensioni, che a sua volta è contenuta all’interno di uno spazio enorme che contiene tredici dimensioni. Questo per noi è un concetto che non siamo nemmeno in grado di concepire.

 

DONA: Si, alcuni dicono undici, altri dieci, qualcuno quattordici. Non credo che abbiano ancora le idee chiare, ma sicuramente ci sono molte dimensioni.

 

JOSH: Assolutamente.

 

DONA: Ciò è curioso perché la mente lineare, il cervello, il circuito elettrico che abbiamo dentro di noi, ha la possibilità di rapportarsi solamente con quattro dimensioni ma il corpo, dato che è plasmato con la medesima materia con cui è fatto tutto il resto, può entrare in rapporto con undici dimensioni. Il corpo ha la possibilità di percepire il contatto con qualsiasi altra cosa, ed è molto diverso dalla percezione intellettuale. Questo concetto ci riporta a ragionare di pensieri e filosofie. Non potremo mai innamorarci di una filosofia, non possiamo toccarla, vederla, sentirla, annusarla. Si i tratta di un innamoramento intellettuale, non di un innamoramento fisico. Ma un albero lo puoi toccare, e percepire uno scambio di vibrazioni, un sentimento che va e viene che non puoi descrivere, che non puoi definire con le parole. È un sentimento che si instaura tra l’albero e noi. Puoi toccarlo, puoi annusarlo, sentirlo. È una questione di corpi, un contatto fisico. Io credo ci si aggrappi al mondo intellettuale in quanto non sappiamo gestire quel contatto, quel contatto atomico, e pertanto sviluppiamo teorie rispetto a come averne i controllo, ma le teorie si frappongono tra noi ed il farlo.

 

JOSH: Non pensi che il problema stia anche nel fatto che cerchiamo costantemente di descrivere questo contatto ? Proprio come tu stai parlando di fisica, che è ovviamente un tentativo di descrivere ciò che è persino al di là della nostra possibilità di comprensione. Prima stavamo parlando dello scoiattolo e di tutto il resto. Ecco, esattamente come lo scoiattolo nemmeno si preoccupa di pensare se stia andando a cercare nocciole o meno, o qualsiasi altra cosa faccia uno scoiattolo, io credo che noi siamo invece nati con l’istinto di descrivere anche ciò di cui stavi parlando prima, ossia il nostro lato non intellettuale.

 

DONA: Io credo che gli animali formulino delle intenzioni esattamente come facciamo noi, anche se noi definiamo questo loro agire come mero istinto. Io penso che istinto sia un termine utilizzato da noi uomini per definire ciò che non sappiamo degli animali. Non credo che gli animali lo chiamerebbe istinto. Io credo che negli animali sia assolutamente insita anche una capacità intellettiva che li fa ragionare rispetto alle cose, anche se non nel modo in cui lo facciamo noi. Abbiamo il cervello di cui disponiamo perché non abbiamo niente altro che ci possa proteggere in questo mondo. Ci siamo trovati nelle condizioni di dover sopravvivere, in un modo o nell’altro, ed il cervello, che è piuttosto brillante, ci ha permesso di essere più furbi di tutti gli altri animali. Grazie al cervello possiamo costruire barche per essere più veloci degli squali, oppure aerei per essere più veloci delle aquile, quindi essere più furbi degli animali grazie al cervello che ci è stato dato. Ma è anche un cervello molto giovane. È come mettere il motore di una Ferrari su un bus a due piani. Il nostro corpo è come un bus a due piani ed il cervello è come il motore di una Ferrari, ed è per questo che tende a correre per conto suo, ed a pensare che qualsiasi cosa esso proietti sia definitiva, sia una rappresentazione dell’universo reale, della vita reale, mentre ovviamente non lo è.

 

DIANA: Ma se qualcuno mi dicesse : “ Io sono contento così, con le mie percezioni, con queste increspature. Sono soddisfatto di guardare al mondo attraverso il mio passato, e tutto il resto. Perché fare tutti questi ragionamenti, perché andare oltre ?”

 

DONA: E’ come lo Yoga, come tutto il resto. Non tutti desiderano farlo. Ma il senso di alienazione esiste, e le persone non ne sono consapevoli. Lo sono solo a livello subliminale. Credo che molto spesso siamo consapevoli di avere perso delle connessioni, di aver condotto noi stessi al di fuori dell’universo, della natura e del mondo e, malgrado ciò, il più delle volte siamo soddisfatti.

Altre volte invece non lo siamo, perché ci rendiamo conto di esserci dati un ruolo troppo importante in un universo di cui non riusciamo nemmeno ad immaginare la vastità e la velocità.

Mi capita di uscire, certe notti, per guardare le stelle, le costellazioni. Tra la costellazione di Cassiopea e quella di Pegaso c’è la costellazione di Andromeda e, se hai un telescopio molto potente, puoi scorgere la nebulosa di Andromeda, una macchiolina nel cielo. Questa nebulosa è un universo a se stante, diverso dal nostro, e si trova a mezzo milione di anni luce di distanza da noi. La luce viaggia a 186.000 miglia al secondo quindi, se moltiplichiamo i secondi per ottenere i minuti, i minuti per avere le ore, le ore per calcolare i giorni, i giorni per sapere gli anni e poi moltiplichiamo per mezzo milione, ci possiamo facilmente fare un’idea di quanto sia grande l’universo. Pertanto, porci al centro di tutto ciò e sostenere di aver compreso tutto, e pensare di essere il perno di tutto ciò è, per dirla tutta, semplicemente ridicolo. Rendersi conto di questa immensità ti riporta ad avere una prospettiva più realistica. Aver ricevuto il cervello che abbiamo è utile ma, alle volte, può anche essere fuorviante. Molti sono soddisfatti di come sono. Ma, allo stesso tempo, non lo sono ed io credo che questo sia il motivo per cui l’uomo ha dato origine a tante religioni, tante teorie filosofiche, abbiamo cercato dei guru. Se ci guardiamo attorno ci rendiamo conto che ci sono molti guru. Le persone sono alla disperata ricerca di qualcosa, o qualcuno, che gli indichi come vivere. Non abbiamo mai quel rapporto frontale con la vita di cui parlavamo ieri. Ci rivolgiamo sempre altrove, chiediamo ad altri di descriverci la vita, di insegnarci a vivere. La nostra comprensione passa sempre attraverso una chiesa, un tempio, qualcun altro. Ciò che otteniamo è quindi sempre una visione del mondo di seconda mano, filtrata da altre persone, dal sistema. Come ho detto prima ognuno di noi è perfetto, così come lo scoiattolo lo è. Lo scoiattolo è perfetto e noi tutti lo siamo. Possiamo instaurare quella relazione frontale se passiamo dall’utilizzo di una mente all’altra.

 

JOSH: In entrambi i casi si esprimono giudizi ?

 

DONA: Nessun giudizio. I giudizi appartengono alla mente lineare.

 

JOSH: Mi pare che la mente lineare sia quella che ci imbroglia sempre.

 

DONA: Ci imbroglia sempre ma, come ho detto, è necessario essere imbrogliati. La questione interessante è che la maggior parte del tempo la gente non si rende conto che siamo noi a creare il nostro mondo ed a rimanere intrappolati nelle sue regole. Quel mondo, così come ci intrappola, esercita una grossa pressione su di noi. Ciò è quanto noi percepiamo come sofferenza. Dobbiamo convivere conquisto produce la nostra mente ma, allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che creiamo noi stessi le sue proiezioni, che viviamo in un mondo creato da noi stessi. Una volta che sei veramente consapevole che stai vivendo in un mondo creato da te stesso sei già al di fuori di esso, non ne sei oppresso. Sei in grado di guardare al quel mondo con ironia, puoi ridergli in faccia, perché non sei oppresso.

 

DIANA: Quindi potrebbe addirittura non valer la pena farsi coinvolgere dalle emozioni. E’ sufficiente essere consapevoli che esse appartengono …

 

DONA: Le emozioni appartengono al mondo creato dall’uomo, e sono una peculiarità della mente lineare; non appartengono all’universo in sé. Sono tipicamente umane. Sono una reazione umana a qualche cosa. Un’emozione non è mai un’azione in sé; non è possibile creare un’emozione. Un’emozione è sempre ciò che ci torna indietro dall’interazione con qualcos’altro. Un pensiero, oppure l’incontro con una persona che scatena un brutto ricordo. Le emozioni sono sempre una reazione ad un qualcosa che sta fuori oppure all’interno di noi. Non è possibile creare un’emozione dal nulla.

 

ANETTE : Ma quindi nasce dall’esterno oppure dall’interno ?

 

DONA: Da entrambi. Può essere un pensiero, un ricordo, oppure nascere da qualcosa esterno a noi. E le emozioni, ed i pensieri, sono una reazione a ciò. Mentre l’altro tipo di percezione, quello del quale stavamo parlando prima, la percezione della natura che ci circonda crea una relazione diversa, non emotiva. Non ci sono emozioni coinvolte.

 

DONA: E’ ciò che ti dicono quando vai a fare le immersioni. Dovresti limitarti a fare le foto.

 

JOSH: Vi ho già detto che ho attraversato l’oceano … La cosa più triste è la quantità di pezzi di plastica che galleggiano sul mare. Provate ad immaginare quanta ce ne deve essere, dato che sei nel mezzo dell’oceano e navighi in mezzo a confezioni di acqua da sei oppure a bottiglie di latte, o altro. Significa che ce ne sono una quantità immensa, perché sono così piccole, e la barca è così piccola, rispetto all’oceano che è vastissimo.

 

DONA : Questa è di nuovo la visione antropocentrica che ci porta a pensare che tutto ci appartenga, che si possa buttare qualsiasi cosa nella natura, perché ci appartiene, perché l’oceano ci appartiene, e non ci importa cosa facciamo perché pensiamo di essere sopra tutto e tutti quindi possiamo fare ciò che vogliamo. E’un punto di vista veramente limitato.

 

DIANA: Mi interessa ciò che stavi dicendo riguardo la possibilità di avere quello scambio con la natura a livello atomico e del fatto che non abbiamo bisogno di guru o di chiunque altro che ci racconti la natura, siccome lo possiamo fare da soli… che abbiamo gli stessi atomi.

 

DONA: Nel medioevo la gente aveva l’idea, scienziati e non, che esistesse un qualcosa che avevano definito etere. L’intero universo, secondo questa teoria, era permeato di etere. In India erano convinti della stessa cosa. Lo chiamavano “akasha”. Tutto era “akasha”, etere, e tutto poggiava – nuotata – nell’etere, inclusa la terra, il sole, le persone e gli alberi; tutto era avvolto dall’etere. Poi, quando la scienza ha fatto dei passi avanti, e le teorie sono diventate più sofisticate, hanno pensato : “No, questa idea dell’etere è medioevale, dimentichiamocene”. Quindi hanno scoperto che c’era qualcosa che hanno definito campo elettro dinamico o campo quantico. Adesso si stanno indirizzando verso una nuova definizione. Stanno lentamente tornando indietro verso l’idea dell’etere e che non esistano spazi vuoti.

Diana, tu pensi che ci sia dello spazio vuoto tra di noi, ma in realtà non c’è perché c’è nitrogeno, ossigeno e vibrazioni, ed entrambe stiamo continuamente espellendo cellule morte dalla nostra pelle, ed emettendo elettricità, e tutto ciò vola in tutte le direzioni. Entrambe stiamo respirando senza sosta e quindi condividiamo l’aria. Stiamo sprigionando elettricità, che è il motivo per cui, oggi che l’aria è molto secca, tutti in casa continuano a prendere la scossa dai tappeti, e sfiorandoci; abbiamo accumulato elettricità statica. Se abbiamo indossato una maglia di poliestere, di un materiale artificiale, e ce lo togliamo, soprattutto di notte, possiamo notare lo scaturire di scintille, ed avvertire delle piccole scosse elettriche. Ci sono molti scambi elettrici e non è possibile, non è assolutamente possibile, stabilire, in questo scambio, dove finisci tu ed inizio io o dove finisco io ed inizi tu. E’ come la seta grezza indiana, una morbida superficie che contiene irregolarità e bolle. L’universo è simile, morbida seta ed ognuno di noi è un’irregolarità dentro la seta, oppure un ologramma. Quando si dice che c’è un campo elettrodinamico, lo si può anche comparare ad una gelatina. Tutto è gelatina e noi siamo ologrammi immersi nella gelatina. Ci sono veramente tanti differenti modi per figurarsi il Tutto ma, in buona sostanza, tutto ciò che esiste, gli scoiattoli, e noi, e la telecamera, e tutto il resto, sono solo un ologramma o un’imperfezione immersa nella gelatina perfetta. Questa è una bella immagine e fa ben capire che non siamo in uno spazio vuoto, che tra me e l’albero non c’è uno spazio vuoto. Il mio corpo può toccarlo, può sentirlo; il mio corpo può addirittura sentirlo a distanza e, ovviamente, ciò che fa nascere la migliore interazione è il contatto. Entrambi siamo imperfezioni nello spazio – non spazio.

 

DIANA: Perché è cosi difficile capire che possiamo fare da soli, che siamo completi, che non abbiamo bisogno di niente e nessun altro ?

 

DONA: Non lo so. Magari è una sorta di reminiscenza delle preistoria, quando gli uomini erano soli nella foresta e non c’erano solo scoiattoli ma tigri, e leoni, ed ogni sorta di cosa terrificante: tuoni e fulmini senza che gli uomini sapessero di cosa si trattava; gli uomini erano continuamente bombardati da fatti paurosi e cercavano spiegazioni, volevano sapere come fare.

Erano alla ricerca di qualcuno che si prendesse cura di loro ed è per questo che sceglievano qualcuno di speciale che lo facesse. Queste persone speciali erano gli sciamani. Donne e uomini che potevano dare loro delle spiegazioni, e che potevano difenderli, facendo allontanare il tuono, o facendo piovere, oppure facendo arrivare il bufalo quando erano affamati o facendo scappare l’orso. Assumevano questo ruolo facendo leva sulla paura degli uomini. Questo è un’atteggiamento che abbiamo ereditato da allora, ed è così che continuiamo ad essere alla ricerca di esperti che ci indichino cosa fare. Quei tempi preistorici, caratterizzati dalla paura, sono finiti, ma ancora non c’è nessuno, o sono in pochi a farlo, che ci dica chiaramente che possiamo vivere in prima persona, che possiamo rapportarci da soli con l’intero universo. Non è ovviamente interesse dei guru, e nemmeno dei preti, dirci che possiamo vivere le nostre esperienze in prima persona.

 

DANIEL: Tutto ciò è in diretta relazione con le religioni, che hanno i medesimi intenti, ossia spiegarci tutto quelle cose di cui abbiamo paura, e per le quali non abbiamo spiegazioni.

 

DONA: Si, certo. La maggior parte delle religioni, quelle che conosciamo, come il Buddismo, l’Induismo, l’Islam, lEbraismo ed il Cristianesimo, sono religioni tarde. Sono vecchie di soli 2 o 3 mila anni. Prima di tutto ciò gli uomini avevano un’altra idea della religione, legata alla forza creatrice spesso associata alla Madre Terra, la Grande Dea, perché la vita era così rigogliosa: animali e uomini nascevano e morivano in un ciclo senza fine. Queste credenze erano molto orientate alla natura mentre le religioni attuali cercano di allontanarci da essa e, al contrario, ci portano ad intellettualizzare Dio e l’universo.

 

DIANA: Pensi che questi ragionamenti sofisticati possano allontanarci dalla vera spiritualità ?

 

DONA: Penso che l’evoluzione proceda con un intercedere a spirale. Nei tempi antichi gli uomini vivevano maggiormente a contatto con la natura e con le forze ad essa legate, con la forza creatrice che ci circonda pulsando. Gli uomini erano in contatto con questa forza, ma non possedevano capacità intellettuali, mentre ora noi stiamo completando un ciclo che ci ha portato verso uno stato evolutivo caratterizzato dallo sviluppo intellettivo. Ma gli scienziati stanno ora tornando a considerare che siamo parte integrante della natura, e che quindi possiamo attivare quel contatto quantico di cui abbiamo parlato.

 

DIANA: Perché dici che non è interesse dell’uomo condividere con gli altri che è possibile non dipendere da nessuno?

 

DONA: Ci sono grossi interessi celati dietro le maggiori religioni, le teorie filosofiche e le sette. Gli interessi hanno importanza fondamentale. Se dici alla gente di tornare a casa, di essere autonomi, gli interessi decadono. Penso però che ciò accada comunque. Nelle società rurali la gente ha capito che può andare nei boschi e ristabilire nuovamente un collegamento con l’universo, perché ogni essere umano ha la possibilità di attivare questo collegamento. È come un filo lucente. Ma, allo stesso tempo, non ne siamo consapevoli, lo ignoriamo, e ne siamo addirittura un po’ spaventati: abbiamo una bassa autostima. Quindi pensiamo: ” Quell’uomo ha una bella connessione con l’universo, accodiamoci.”

 

DIANA: Una connessione migliore.

 

DONA: Una connessione migliore.

 

DIANA: Una connessione Internet super veloce.

 

DONA: Si, infatti, una connessione Internet super veloce. Ma siccome ogni essere umano è perfetto ognuno può prendersi cura del proprio collegamento, farsene carico. Dobbiamo farci carico di esser qui, del nostro collegamento personale, prendercene cura e renderlo lucente, forte e resiliente. Possiamo farlo; ognuno può prendersene cura e fare in modo che diventi forte e resiliente. Questa è la nostra responsabilità.

 

DIANA: Cosa ci puoi raccontare rispetto a come ciò ha avuto un effetto sulla tua vita ?

 

DONA: Ti dico cosa faccio. Tutto il tempo penso: “la responsabilità è mia”. Non c’è nessuno simile a me, sono unica al mondo, come tu sei unica al mondo, Anette è unica al mondo; Chris è unico al mondo, non c’è nessun altro come Chris.

 

CHRIS: Grazie.

 

DONA: Ognuno di noi ha una connessione speciale con l’universo e nessuno può duplicarla, nessun sacerdote, nessuna religione, nessuna setta può farlo. Torniamo agli animali. Ciò che dicevo l’altro giorno è che gli animali sono orgogliosi. Ora, le maggiori religioni, le sette, i guru ci dicono che dobbiamo essere umili. Ciò è veramente terribile, perché si tratta di una falsa modestia. È umiltà ordita dall’ego. Guardate uno scoiattolo, un uccellino, un uccello che canta appoggiato ad un ramo: è padrone del mondo intero, ne è consapevole e lo canta. In qualche modo, se quell’uccello non fosse lì, ci sarebbe un vuoto su quel ramo, mancherebbe qualcosa. Allo stesso modo se noi non fossimo qui, ora, ci sarebbe un vuoto in questo posto. Gli animali riempiono gli spazi in modo molto aggraziato.

 

DIANA: Quindi gli scoiattoli non sono modesti ?

 

DONA: Assolutamente no. È solo uno scoiattolo. È entusiasta di esserlo; fa il suo dovere. Riempie il suo spazio di scoiattolo e lo riempie completamente. L’essere umano è il solo al quale viene insegnato fin dalla scuola, e da lì in avanti, ad essere mite, umile, a farsi piccolo all’interno dello spazio che occupa.

 

ANETTE: So esattamente cosa intendi.

 

DONA: E’ pazzesco perché ti dicono di essere umile, di diventare umile. Significa che ti chiedono di liberarti del tuo ego, solo a quel punto sarai OK. Senza capire che liberarsi del proprio ego è un atto, un processo correlato al tempo, allo spazio, e quindi appartiene all’ego. Quindi l’ego deve liberarsi da se stesso. Non lo farà mai, quindi l’umiltà che ne risulta è falsa, è una messinscena.

 

JOSH: E’ più vergogna che umiltà.

 

DIANA: E’ arroganza.

 

DONA: E’ l’altra faccia dell’arroganza. Un travestimento indossato per mostrare che sei umile, che sei spirituale. E’ l’altra faccia dell’arroganza perché vuoi far credere di essere umile. E’ molto interessante, bisogna stare molto attenti. L’unico momento di reale umiltà è quando l’ego scompare, ossia nel momento in cui si attiva l’attenzione: quando prestiamo totale attenzione

ad un albero, oppure al cielo, in quell’esatto momento il tempo non esiste più, lo spazio non esiste più, e quindi nemmeno l’ego esiste più. Quello è il momento dell’umiltà.

 

CHAPELA: E’ possibile farlo sempre?

 

DONA: Non può essere “fatto”, è questo il punto, non puoi chiedere all’ego di essere umile. E’ necessario un salto quantico. Le persone mi dicono che dovrei meditare, che dovrei farlo a lungo per entrare in uno spazio senza tempo. Non è possibile. Salto quantico significa sparire dalla mente lineare, a cui appartengono ego e tutto il resto, ed apparire nella mente quantica. Ma non è possibile spostarsi dall’una all’altra. Qualsiasi cosa tu faccia per spostarti da una all’altra è un’azione dell’ego.

 

JOSH: E’ un qualcosa che si può condividere? Forse la condivisione implica un fare qualcosa, e che in quel momento non sia possibile essere presenti ma, siccome hai parlato della possibilità di avere un rapporto frontale, di uno ad uno, per esempio con un albero, potrebbe funzionare anche tra le persone ?

 

DONA: Certo, ma non in un contesto di assistenza, di aiuto.

 

JOSH: Solo per fargli provare.

 

DONA: Lo facciamo comunque di continuo, continuamente condividiamo, anche a livello subliminale, a meno che non ci si eserciti ad esserne consapevoli. Alle volte ti avvicini a qualcuno e pensi “voglio sentirlo più vicino”, perché percepisci una certa attrazione, senza che tu sappia come e perché. Oppure qualcun altro si avvicina a te e tu vorresti scostarti, perché percepisci che emana un’energia che ti disgusta. C’è sempre questa sorta di scambio tra le persone. Ma la vera condivisione avviene ovviamente nel momento in cui entrambi ci si trova, simultaneamente, nello stato quantico.

 

DIANA: Credo che ci sia una relazione anche con quanto stavi dicendo rispetto al fatto che l’unico modo per insegnare è essere d’esempio, ovvero utilizzare l’insegnamento dimostrativo.

 

DONA: Non puoi aiutare gli altri, non puoi insegnare, non puoi nemmeno essere un esempio perché se lo sei, allora ricadi nel “fare”. Un girasole è un girasole, ed avvicinarsi provoca gioia, non perché il girasole voglia essere un esempio. Il girasole è solo un girasole. Ma accostarlo ci rende felici, perché è un fiore felice.

 

DIANA: Pensi che la natura ci aiuti ad avere un’esperienza più diretta del mondo ? Andare nei boschi può essere utile per aver una esperienza più diretta ?

 

DONA: Penso di sì. Perché la forza vitale è lì presente, la forza creatrice; tutto è vitale, nella natura. Le pietre sono vive, il bosco, gli alberi lo sono, le nuvole e gli animali, tutto è permeato di vitalità pulsante. Anche i nostri corpi lo sono, quindi io credo che li sia molto più facile stabilire quel contatto, agganciare quella connessione che ci lega alla forza universale.

 

DIANA: Anche essere vicini agli animali.

 

DONA: Anche essere vicini agli animali; dagli animali possiamo imparare la visione a 360 gradi. Possiamo imparare dagli animali, possiamo osservare come si approcciano al proprio mondo, come questo loro agire possa aiutarci a vivere le nostre vite. Da quanto ho iniziato ad insegnare Yoga ho imparato molto dagli animali, perché ogni animale ha il proprio modo di muoversi e questi movimenti il più delle volte sono molto armoniosi ed eleganti. Il mio corpo li percepisce. Vedi un’aquila volare ed il tuo corpo percepisce la potenza delle sue ali, oppure osservi il movimento di un gatto, di un puma, ne percepisci la sinuosità, ed il tuo corpo vuole riprodurlo, perché al corpo piace imitare. I corpi sono macchine fotocopiatrici.

 

DIANA: La visualizzazione.

 

DONA: La visualizzazione. Al corpo piace, perché esso stesso è un animale, il corpo è parte di tutto ciò, appartiene alla natura, e quindi fa sua la grazia della natura, la sua energia, e può farne uso. La mente ha invece un circuito diverso, che è perlopiù interno. È elettricamente connessa con la natura, ma non attraverso le cellule, e nemmeno per mezzo del contatto diretto di cui stavamo parlando proprio adesso.

 

DIANA: Quindi, mentre esegui un’asana, dovresti pensare al movimento dell’animale e proiettarlo ?

 

DONA: Più che pensare al movimento specifico bisogna pensare all’energia che lo ha generato, all’intento che sta alla base di quel movimento. Ciò che facevano gli yogi nell’antichità; molte delle posizioni che pratichiamo hanno nomi di animali, quindi probabilmente essi osservavano gli animali e davano alle asana il loro nome. Pensiamo a quelle che vengono definite tribù primitive : molto spesso danzano. Danzare è insito nella natura umana; il corpo ha bisogno di muoversi, che sia praticando yoga, oppure con la danza, ha necessità di farlo nel più ampio contesto della natura, imitando gli animali e la natura. Gli indiani d’America, e gli Africani, danzano negli spazi aperti, dove si trovano. Non come per i nostri balletti, che per vederli devi andare al teatro.

 

DIANA: Quelle danze sono un momento di attenzione totale ? Può essere considerato un momento di attenzione totale ?

 

DONA: Io credo che danzare sia stata una di quelle cose che l’uomo ha cominciato a fare subito dopo essere diventato tale. L’Homo Erectus ha cominciato a danzare fin da subito; la danza era insita nel corpo umano. Credo ci siano due possibilità : la prima è che gli uomini danzino alla ricerca della trance, come avviene a Bali, e come fanno gli indiani d’America. Abbiamo appena assistito alla danza del bufalo in New Mexico. Quei danzatori vanno avanti per ore ed ore, sotto il sole cocente; sono sicura che ciò li induca in uno stato di trance in cui la loro mente perde ogni controllo, le barriere vengono abbattute, ed al loro posto si instaura un nuovo tipo di percezione. Ma potrebbe anche essere viceversa, ossia che le persone accedano allo stato quantico e poi danzino, come per esempio succede ai Quaccheri. Questi vengono chiamati Quaccheri proprio perché quando, attraverso la preghiera, entrano in contatto con la forza vitale, cominciano ad essere percorsi da scosse. Questo è il motivo per cui vengono chiamati Shakers, oppure Quakers, perché i loro corpi iniziano a scuotersi, a tremare, non appena entrano a contatto con la propria essenza.

 

JOSH: I bambini sono un altro esempio, ballano prima ancora di aver imparato a parlare, o addirittura a camminare. Se suoni per loro cominciano immediatamente a ballare.

 

DONA: Succede anche negli adulti. Il cervello degli adulti ha delle resistenze forti, ed il corpo, le emozioni, sono imprigionate, ma quanto siamo in vacanza, quando andiamo in spiaggia, abbandoniamo completamente questi blocchi, ritorniamo bambini. Cominciamo a correre ovunque, a giocare con la palla, e facciamo tutte queste cose perché le resistenze si allentano un poco, grazie a questo stato “vacanziero” e quindi, all’improvviso, il nostro corpo inizia a correre, a saltare, ci tuffiamo nell’acqua e giochiamo con la palla. Semplicemente perché il corpo umano adora fare queste cose. Sono l’espressione della gioia di vivere. È la forza vitale che scorre attraverso gli atomi del nostro corpo e lo fa muovere.

 

DIANA: Quindi questo è un altro stato : “lo stato vacanziero” ?

 

DONA: Lo stato vacanziero.

 

ANETTE: Lo adoro.

 

DONA: Lo stato quantico è lo stato vacanziero, che ti porta oltre le immutabili resistenze della serietà.

 

ANETTE: Pensi che praticare yoga, come strumento per liberare il corpo, possa aiutarci ad essere sempre in uno stato simile a quello vacanziero ?

 

DONA: No.

 

ANETTE: Proprio no ?

 

DONA: Ritorniamo agli stessi concetti di prima. Qualsiasi cosa tu faccia, in qualunque modo tu lo faccia, prima o poi ti imbroglierà. Se utilizzi lo yoga per accedere allo stato vacanziero, allo stato quantico, rimarrai fregato, perché comunque è un qualcosa che fai entro i limiti dello spazio e del tempo. Qualsiasi cosa tu faccia ti può portare in uno stato vacanziero fasullo, non in quello autentico. E’ il salto quantico. Devi smetterla di fare per avere accesso all’altro stato. Lo yoga è molto bello perché è un programma completo per il corpo. E’ molto più completo di qualsiasi altro sport o attività per il corpo, se pratichi veramente con il respiro, se pratichi tutte le asana. Ciò rende gli atomi del nostro corpo sciolti. E’ l’unico risultato che si può ottenere. Lo yoga rende gli atomi più sciolti ed il corpo diventa più, permeabile, ricettivo. Però non puoi essere tu ad attirare la forza vitale, non puoi invitarla ad entrare. Puoi soltanto fare in modo di essere più permeabile, poi il contatto col la forza vitale potrà arrivare oppure no. Non puoi dire “la voglio”. Non puoi adoperarti per, non puoi fare nulla per realizzare questo contatto, perché qualsiasi cosa tu faccia rimarrai fregato.

 

DIANA: Cosa mi dici rispetto alla città, rispetto al vivere in mezzo al cemento ? Cosa può succedere rispetto all’esperienza diretta, vivendo così lontano dalla natura ?

 

DONA: L’etere è ovunque, il campo quantico è dappertutto. Pietre, mattoni, cemento, tutto è permeato di vita pulsante. Probabilmente tutto quanto pulsa addirittura di vita consapevole; in città ci sono però anche parecchie interferenze elettriche originate dalle altre persone, quindi potrebbe essere difficile agganciare quel placido contatto senza interferenze originate da altri pensieri e persone. In mezzo alla natura è più semplice perché è tutto più tranquillo, c’è più armonia. Non ci sono molti pensieri in circolo, in mezzo alla natura. Ma la vita pulsa ovunque, in città, in mezzo alla natura, ovunque.

 

CHRIS: Quindi non consideri la città come un qualcosa di separato dalla natura. Possiamo considerare le città come parte della natura ?

 

DONA: Le città sono sicuramente parte della vita, fanno parte del tutto. Torniamo al concetto di divisione. Le divisioni che facciamo sono arbitrarie, sono fatte dall’uomo. Diciamo “la natura è bella” e “le città sono brutte”. E’ una divisione arbitraria, e umana. Parlavamo del topo, l’altro giorno. Un topo può scegliere di andare in città o nei campi, e non credo pensi che la città sia brutta, ed i campi siano belli. Sono concetti arbitrari, strettamente legati ai nostri gusti, alle nostre preferenze, al passato. Ho conosciuto persone che, alla sola vista di un albero, hanno paura, vogliono tornare in mezzo al cemento, ritengono che stare in mezzo agli alberi sia un’esperienza terribile. Ne ho conosciute persone fatte così. Quindi sono concetti arbitrari, alcuni sono fatti in un modo, altri sono diversi, ma la vita è ovunque. Non è che in città non si sia vita, la vita è dappertutto.

 

DIANA: Magari vivendo in città, attorniati solo da quanto costruito dall’uomo, ci dimentichiamo del posto che occupiamo nell’universo mentre, quando siamo in natura, la percezione cambia totalmente spaventandoci.

 

DONA: La percezione cambia spaventandoci perché in città la tentazione di fare molte cose è grande. Lo sapete bene, la città è piena di distrazioni. Non è questione di mancanza di forza vitale. La forza vitale è ovunque, la vita è ovunque, ma in città siamo più distratti, ci sono più cose da fare. Dobbiamo recarci al lavoro, dobbiamo guadagnare soldi per vivere. Quindi è più facile prendersi un momento ogni volta che è possibile, andare in mezzo alla natura, e ritrovare se stessi, riconnettersi, e poi provare a mantenere questa disposizione anche in città. In mezzo alla natura ci sono meno distrazioni, tutto qua. Ma la vita è ovunque, anche in città. La città è piena di vita. Ho appena scoperto qualcosa di veramente interessante. Nella nostra galassia ci sono miliardi e miliardi di stelle e, fra queste, questo minuscolo pianeta. Su questo minuscolo pianeta ci sono, credo, circa un milione e duecentomila specie viventi. Di queste circa un milione sono insetti. Poi ci sono duecentomila specie di altri esseri viventi. In qualità di esseri umani siamo al fondo di questa catena, non rappresentiamo nemmeno una lunghezza pari a quella di un capello, su una linea lunga quanto la circonferenza della terra. Siamo veramente pochi. Se spostiamo l’attenzione sulla vita di un città potremo osservare una quantità enorme di insetti, di coleotteri, in numero molto maggiore rispetto alle persone. Quindi non è possibile sostenere che in città non ci sia vita. I coleotteri possono non piacerci ma questo è, di nuovo, un punto di vista esclusivamente antropocentrico, arbitrario. E’ chiaro, a nostra volta potremmo non piacere ai coleotteri. Questa sarebbe una visione coleotterocentrica .

 

DIANA: Mi chiedo perché tanta gente sia alla ricerca di guru. C’è questo bisogno, che nasce dall’infelicità, dalla mancanza di qualcosa.

 

DONA: Dalla mancanza di fiducia nella possibilità di connetterci.

 

ANETTE : Si.

DIANA: Tu credi che la mancanza di fiducia in questa connessione sia un problema umano. Le nostre questioni private, i nostri problemi, sono gli stessi di tutti. Dobbiamo solo rendercene conto, ed essere consapevoli che la soluzione è la stessa per tutti. Non è una questione di emozioni personali. Io credo che questa consapevolezza possa veramente aiutarci ad uscire dall’angolino nel quale ognuno di noi si confina; crediamo che i nostri problemi siano enormi. Forse i nostri problemi sono gli stessi degli altri e non è nemmeno necessario scendere nei particolari.

DONA: Penso sia assolutamente così. Credo che questa sorta di disperazione sia un problema unicamente umano, universalmente umano. Proviamo questo senso di alienazione perché ci siamo allontanati dalla natura. Addirittura nelle nostre costruzioni mentali, nei nostri ragionamenti, distinguiamo gli uomini dagli animali, gli uomini dalla natura. Parliamo di andare in natura, come se non fossimo natura nella natura. Noi siamo natura nella natura. Questo sentimento di alienazione ci fa sentire esclusi, ci fa percepire che manca qualcosa, che abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi, che ci aiuti. In parte ciò è all’origine dei problemi che abbiamo, soprattutto in città, dove siamo in tanti. I problemi legati a questo senso di disperazione sono condivisi tra tutti gli uomini.

JOSH: Penso che ci sia un’attinenza rispetto a quanto dicevi prima a riguardo del cervello. Per quanto riguarda il nostro corpo non siamo così ben dotati, rispetto agli animali; non abbiamo zanne, nemmeno artigli, ma l’intelletto ci permette di essere più veloci degli animali, più forti. Può darsi che, con il sorgere di questa nostra facoltà, sia anche nata l’idea che, essendo noi meno dotati degli altri esseri, non fossimo come loro parte della natura, ma che dovessimo trovare il modo per avere il sopravvento.

DONA: Abbiamo idea di essere superiori.

JOSH: Si, che dobbiamo avere la supremazia.

DONA: Da questo punto di vista il cervello è un’arma a doppio taglio. Da una parte ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno del nostro cervello e del nostro ego, abbiamo bisogno della mente lineare perché siamo fatti così. Siamo stati creati così, e non possiamo certo sbarazzarcene e farne a meno. E’ parte di noi : l’ego è parte di noi, come il cervello. Ci troviamo in un vortice dal quale non riusciamo ad uscire. Ma possiamo farlo. Possiamo prendere perlomeno un poco le distanze, ed utilizzare, come fossero semplicemente degli strumenti, sia il cervello che l’ego. Tutto qui. Semplicemente usarli come strumenti, esattamente come utilizziamo il nostro corpo, senza esserne inghiottiti, facendo in modo che vengano percepiti come uno dei tanti strumenti di cui ci possiamo avvalere, senza che prendano il sopravvento su tutto il resto. L’ego è uno strumento, dobbiamo farne uso per vivere. E’ necessario avere un cervello, avere un ego, ma sono solo strumenti, non sono tutto.

JOSH: E’ interessante che tu abbia utilizzato il termine strumento, attrezzo, dato che siamo l’unico essere vivente che ha bisogno di attrezzi per sopravvivere.

GLI OCCHI DELL’INNOCENZA: Parte II

INTERVISTA ALL’INTERNO DI CLYMER HOUSE, GUARDANDO LE FOTO.

DONA : Quando avevo circa vent’anni ho letto il libro di un giornalista, che è poi diventato uno dei miei libri preferiti. Il giornalista si chiamava Charles Fort, ed è vissuto tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Collezionava articoli di ogni sorta, da riviste e giornali scientifici. Erano articoli strani, che raccontavano fatti come piogge di rane dal cielo. Il suo intento era quello di analizzare a fondo questi fatti, non solo accettarli. Ricordo in particolare una storia riguardo ad una pioggia rossa caduta dal cielo. Da una parte Charles Fort riportava la versione ufficiale degli scienziati, spiegando che una tromba d’aria aveva trasportato sabbia dal deserto del Sahara che, mischiandosi con la pioggia, si era poi riversata sull’Inghilterra. Fornì però anche la sua personale interpretazione dei fatti sostenendo che, mentre un drago volava in cielo, qualcuno lo aveva colpito con una freccia, facendo sì che il suo sangue gocciolasse a terra. Poi iniziò a difendere così bene entrambe le spiegazioni, tutti e due i punti di vista, che alla fine non credevi più a nessuna delle due.

TONI: Non sapevi a quale credere.

DONA : Alla fine pensavi semplicemente :”Ok, qualsiasi spiegazione va bene”. Ed eri punto a capo. Nella mia vita sono venuta a contatto con gli opposti più estremi. Facendo esperienza di molte situazioni del genere, alla fine ti ritrovi più centrato. La mia vita è cominciata in un contesto molto estremo, in un campo di concentramento giapponese a Bangkok, e da lì mi sono poi spostata in un castello in Olanda. Mi sono trasferita da un campo di prigionia ad un castello, dove c’era una scuola quacchera. Da una prigione ad un castello, da una paese buddista ad un contesto cristiano. Già allora queste circostanze eccezionali si bilanciavano l’una con l’altra. Credo che la facilità di trovare un centro sia proporzionale alla distanza degli estremi. Dalla scuola quacchera ci spostammo in Indonesia, quindi, all’età di ventidue, ventitrè anni, ero già venuta a contatto con le quattro religioni più diffuse : Buddismo, Cristianesimo, Islam e Induismo. In definitiva ciò ti aiuta a prenderne le distanze ed a pensare : ” Ok, ognuno ha la sua, ed alla fine sono tutte soltanto un mezzo per sentirsi sicuri, per avere la sensazione di sentirsi parte di qualcosa “. Ripercorrendo gli avvenimenti di una vita intera si è portati per forza a considerare il fattore tempo, a determinare quanto quello psicologico sia flessibile. Per esempio, quando sono andata via dall’Indonesia avevo tredici anni, ero affranta. Ero veramente turbata dal dover lasciare la mia casa e la mia città. Quando trent’anni dopo sono tornata in quella casa, e nella scuola che frequentavo ai tempi, è stato come se fossi sempre stata lì, come se fossi andata a scuola fino al giorno prima; mi sembrava non fosse successo niente, nel frattempo. Non percepivo un salto temporale, anche se erano passati trenta anni. Ciò dimostra come il tempo possa dilatarsi, oppure accorciarsi, a seconda di quelli che sono i bisogni psicologici. Tornando in Indonesia ho capito anche un’ altra cosa, che ciò che fai tuo con gli occhi, ed attraverso i sensi, rimane immagazzinato da qualche parte, nel nostro corpo. Può riemergere dopo anni, senza che si capisca da dove, perché si è persa la memoria degli avvenimenti originari.

DONA : Questa è una fotografia dell’isola di Bali. Stavamo parlando del caos, del disordine dell’universo. In mezzo alla natura selvaggia gli esseri umani hanno creato una piccola oasi, e questa oasi li sostiene, fornendo loro riso, frutta, etc. Ma è solamente un’oasi nel disordine, nel caos della natura selvaggia : in mezzo alla giungla di Bali una piccola oasi molto ordinata. Ecco qualcosa che ho imparato in Indonesia, essere molto ordinata. I campi sono estremamente ben organizzati, tutto è in ordine, le danze, tutto è strutturato nel migliore dei modi, ma rimane pur sempre un oasi in mezzo al più vasto contesto caotico della natura selvaggia. Ecco un’altra fotografia di Bali. Si può notare la struttura del villaggio, le trame dei vestiti; tutto è razionale, organizzato; ma, allo stesso tempo, sei perfettamente conscio che attorno c’è molta natura selvaggia.

DIANA : Pensi che la presenza di questo tipo di natura abbia un effetto sulle loro vite ?

DONA : Sono sicura che la struttura della natura influisca sulle loro vite. Impariamo attraverso gli occhi, assorbiamo ciò che ci circonda grazie gli occhi. Se la natura modificata dall’uomo si presenta ben strutturata si sarà portati a rispecchiare ciò. A Bali usano anche dei trucchetti interessanti. Un tale ha un gruppo di anatre ed ogni mattina le porta nei campi. Queste razzolano per conto loro tutto il giorno nel campo di riso, e la sera lui le riporta a casa. Ha un trucco per farlo. Non vuole stare seduto nel fango tutto il giorno, vuole andare a casa e sbrigare altre faccende. Ecco cosa fa. Quando i pulcini escono dall’uovo lui gli piazza un bastoncino di bambù di fronte. La prima cosa che questi vedono, quando nascono, è ù il bastoncino di bambù, che quindi per loro diventa “mamma”. Da quel momento in poi ciò che quel tale deve fare, al mattino, è prendere il bastoncino ed andare verso i campi, e le anatre lo seguiranno, starnazzando dietro di lui. Arrivato al campo pianta il bastoncino di bambù nel fango e se ne va a casa. Gli anatroccoli passeranno la giornata lì attorno, vicino alla loro “mamma”. Alla sera lui ritorna, prende il bastoncino e le riporta a casa. Konrad Lorenz ha condotto degli esperimenti, con questa idea. Si piazzava di fronte alle uova e, quando i pulcini uscivano, la prima cosa che vedevano era lui, il biologo. Di conseguenza diventava la loro “mamma”, fino al punto che gli anatroccoli lo seguivano ovunque, e lui doveva fare per loro qualsiasi cosa. Doveva insegnar loro a camminare, a mangiare, a nuotare, ed addirittura a volare, e tutto ciò è testimoniato da un documentario. Insieme ai suoi aiutanti corre giù da una collina agitando le braccia, mentre le anatre, dietro, sbattono le ali. Ovviamente alla fine le anatre avranno spiccato il volo, mentre lui sarà caduto nel lago. Egli definì questo fenomeno “fase sensibile dell’imprinting”. La prima cosa che gli animali vedono, nel momento della loro nascita, rappresenta per loro la figura materna, che nutre ed accudisce. Non importa cosa sia, se è la prima cosa che vedono. E’ la legge della natura.

DIANA: Il luogo protetto.

DONA: È il primo luogo sicuro al quale tendono tutti gli essere umani, e tutti gli animali. Io utilizzo molto questo concetto nello Yoga. Quando un allievo viene a lezione per la prima volta è nella sua “fase sensibile di imprinting yogico”. Ciò che gli mostri allora, lo scenario che gli presenti in quel preciso momento diventerà “mamma”, sarà l’imprinting. Dopo il primo imprinting il cervello si chiuderà attorno a quello scenario, che diventerà una sorta di hardware. La stessa cosa avviene con il linguaggio. Se un bambino nasce in America, ed è pronto a parlare all’età di due anni, di fronte a lui si apre un periodo che è una sorta di bomba ad orologeria, il conto alla rovescia del linguaggio inizia. In quel momento qualsiasi idioma gli si presenti diventerà la sua lingua, dopodiché il cervello si chiuderà attorno a questa. Una volta che il cervello non è più ricettivo, che il momento è finito, che il conto alla rovescia è terminato, diventa molto difficile imparare una nuova lingua. Chi nasce in America impara l’americano immediatamente ma, se andrà in Cina quando avrà vent’anni, imparare il cinese sarà molto difficile. Al contrario, un bambino nato in Cina, all’età di due anni impara il Cinese immediatamente ma, se andrà in America quando avrà vent’anni, avrà molte difficoltà, perché quel momento sarà finito.

DIANA: Quindi, nello Yoga, se non hai un buon esempio di fronte nei primi giorni …

DONA: Esatto. Quando si introduce qualcuno allo Yoga i primi sei mesi sono estremamente importanti per offrire un quadro il più possibile chiaro, semplice ed essenziale.  Nei paesi orientali l’ipnosi ha un ruolo importante, specialmente a Bali. In occidente abbiamo un modo di vedere le cose molto netto, o è bianco o è nero. Abbiamo il Diavolo, e Dio. Dio è buono ed il Diavolo è cattivo. È risaputo che i buoni devono vincere, come nei film di cowboy. I cowboy devono vincere, e gli indiani perdere. Il solito concetto di buono e cattivo, bianco e nero. A Bali ci sono due personaggi mitologici : Rangda e Barong. Rangda è una strega malvagia dai lunghi capelli, e la lingua che penzola dalla bocca. Ovviamente rappresenta il male. Barong è un leone, e rappresenta il bene. Ma c’è una differenza, nessuno dei due ha il sopravvento sull’altro. Il rapporto tra di loro è più simile ad un tango. Una volta Randga mette sotto Barong ,e la volta successiva Barong mette sotto Randga. È come un’altalena, nessuno vince , e nessuno perde per sempre.

TONI : È più reale.

DONA : E’ più reale nel senso che i buoni ed i cattivi hanno le stesse possibilità di vincere o perdere, è come nel simbolo che rappresenta lo yin e lo yang, dove il nero ed il bianco si fondono insieme per formare un cerchio. Ci fosse solo il bianco, oppure solo il nero, non sarebbe possibile ottenere quel bel simbolo dello yin e yang.  Le persone che partecipano a questa danza (la danza del Kris a Bali) sono in uno stato ipnotico così profondo che cercano di trafiggersi da soli con una spada. Le loro menti sono rese così forti dall’ipnosi che la loro pelle diventa dura come il cuoio. Anche se cercano con forza di trafiggersi con la spada, questa non penetra nella loro pelle. Se, viceversa, escono dalla trance, la spada penetra e li uccide. Ma fino a che sono in trance possono continuare a provare a trafiggersi con la spada, senza che succeda nulla. Per un po’ di tempo questa danza è stata vietata, in quanto sono successi parecchi incidenti. Questa danza semplicemente dimostra quanto l’ipnosi giochi un ruolo importante, quanto tutto sia in fondo ipnosi. A Bali danzano anche sui carboni ardenti. Fanno un enorme fuoco di foglie di palma da cocco e la gente vi danza intorno. È chiamata la danza del cavallo. L’uomo cavallo corre attraversando i carboni ardenti senza bruciarsi. Anche in questo caso l’ipnosi rende la pelle delle piante dei suoi piedi così spessa, impenetrabile, che questi non si bruciano. Con l’ipnosi si possono fare molte cose. E’ la mente che le rende possibili. Siamo costantemente sotto l’influsso di una potente ipnosi. Se dico che il pavimento è duro non è vero, non è duro per niente; è composto solo da atomi vuoti.

TONI : Ci stiamo semplicemente cadendo attraverso.

DONA : Non ci stiamo cadendo attraverso, è esattamente questo il punto. Ci stiamo seduti sopra, che è strano, perché dovremmo caderci attraverso, ed invece ciò non succede. E’ proprio quanto dicevo a proposito dello specchio d’acqua e delle increspature. La mente dovrebbe essere così calma da riflettere solo ciò che le sta attorno. Ma basta gettare un sasso, ossia basta un ricordo, oppure un pensiero, per increspare l’acqua, e la visione limpida è perduta. Questo è il modo in cui guastiamo la percezione dell’universo reale.

Stavamo parlando del corpo umano. Io credo che quando l’uomo è passato dall’essere quadrupede a bipede si sia sviluppato il cervello frontale grazie al fatto che abbiamo cominciato ad utilizzare le mani, ma anche la colonna vertebrale si è sbloccata. Di conseguenza credo che le acrobazie, come il movimento, siano intrinsechi al corpo umano, siano parte del patrimonio del corpo umano. Questo è il motivo per cui mi piace praticare Yoga in mezzo alla natura. Il corpo può imitare la natura in modo veramente aggraziato; è possibile imitare rocce, onde, alberi. È possibile non solo stare in mezzo alla natura, ma fondersi con essa, come facevano gli indiani d’America , che erano in grado di scomparire in mezzo agli alberi. Molte persone cercano di stare all’aperto, ma bisogna imparare a fare entrambe le cose: stare all’aperto e confondersi con la natura. E’ un gioco dal duplice aspetto. Io spesso cerco di confondermi con le formazioni rocciose, accennando appena delle posizioni e cercando di ridurre al massimo la differenza tra la postura e la roccia.

Con gli animali la taglia non ha importanza. Ciò che conta sono le relazioni. Questi cavalli sono di razza Belga e quelli lì sono invece chiamati cavalli in miniatura. L’animale è lo stesso ma uno è alto due metri e l’altro ti arriva appena ai fianchi. Hanno taglie diverse ma la stessa natura, vivono nello stesso mondo, il loro mondo cavallo-centrico. Il cavallo piccolo non pensa : “ Caspita, questo sì che è un cavallo grosso”, e quello piccolo non pensa: “Oh, questo è proprio un cavallo piccolo”. Entrambi hanno la loro parte, ed ognuno è perfetto, a modo suo. Il cavallo piccolo non è piccolo; è un cavallo. Il cavallo grande non è grande; è un cavallo.

Nel mondo dello Yoga siamo portarti ad esprimere giudizi, basati essenzialmente su nulla di concreto: uno è rigido, oppure è flessibile. Ma chi è giudicato rigido non è rigido per se stesso, è normale. Così chi è giudicato flessibile non è flessibile per se stesso, è normale. E’ solo quando guardi agli altri dal tuo punto di vista che puoi dare questi giudizi, facendo dei paragoni. In qualità di esseri umani abbiamo una visione antropocentrica del mondo. Sono un essere umano e tutti gli altri sono animali: ciò è molto arbitrario. In questo contesto antropocentrico si inserisce pure la nostra visione egocentrica. Guardo il mondo dalla mia personale prospettiva e penso: “ Che carino, quel colibrì”. Oppure: “ Che colibrì aggressivo!”. Il colibrì non è aggressivo, né carino, né piccolo. E’ semplicemente un colibrì. Il colibrì fa esattamente cosa ci si aspetta che un colibrì faccia nel mondo dei colibrì. Fa ciò che deve fare, vive la sua vita, ed è perfettamente normale secondo i relativi canoni. Allo stesso modo il colibrì potrebbe guardarmi e ribattere: “Che strano enorme mammifero senza ali !” Vedi ? Ai miei occhi non sono un mammifero strano, enorme o senza ali.

Quindi tutto è relativo.

 

 

 

 

 

Sequenza Asana Esame

POSIZIONI IN PIEDI:

  1. Salamba Sirsasana I: 5 minuti
  2. Vrksasana I: 1 minuto
  3. Vrksasana II: 1 minuto
  4. Ardha Baddha Padmottanasana: 1 minuto
  5. Utkatasana I: 30 secondi
  6. Utthita Trikonasana: 1 minuto
  7. Parivrtta Trikonasana: 1minuto
  8. Ardha Chandrasana: 1 minuto
  9. Parivrtta Ardha Chandrasana: 1 minuto
  10. Virabhadrasana II: 1 minuto
  11. Utthita Parsvakonasana: 1 minuto
  12. Virabhadrasana I: 1 minuto
  13. Parivrtta Parsvakonasana: 30 secondi
  14. Utthita Hasta Padangusthasana

1,2,3: 30 secondi

  1. Prasarita Padottanasana. 1 minuto
  2. Uttanasana: 1 minuto
  3. Halasana: 5 minuti
  4. Salamba Sarvangasana: 5 minuti
  5. Paschimottanasana: 5 minuti
  6. SAVASANA/ PRANAYAMA

ARCHI:

  1. Salamba Sirsasana I: 5 minuti
  2. Urdhvamukha Salabhasana
  3. braccia indietro 3x
  4. braccia di lato. 3x
  5. braccia in avanti. 3x
  6. Dvipada Adhomukha Salabhasana. 3x
  7. braccia indietro 3x
  8. braccia di lato. 3x
  9. braccia in avanti. 3x
  10. Ekapada Adhomukha Salabhasana
  11. braccia indietro. 3x
  12. Dhanurasana
  13. Urdhvamukha Svanasana: 1 minuto
  14. Adhomukha Svanasana: 1 minuto
  15. Ustrasana: 1 minuto
  16. Halasana: 5 minuti
  17. Salamba Sarvangasana: 5 minuti
  18. Paschimottanasana: 5 minuti
  19. SAVASANA/ PRANAYAMA

POSIZIONI IN AVANTI E TORSIONI:

  1. Salamba Sirsasana I: 5 minuti
  2. Paschimottanasana: 1 minuto
  3. Janu Sirsasana: 1 minuto
  4. Parivrtta Janu Sirsasana: 1 minuto
  5. Ardha Baddha Padma Paschimottanasana: 1 minuto
  6. Triangmukhaikapada Paschimottanasana I: 1 minuto
  7. Triangmukhaikapada Paschimottanasana II: 1 minuto
  8. Krounchasana : 1 minuto
  9. Marichyasana I: 1 minuto
  10. Urdhvamukha Paschimottanasana I: 1 minuto
  11. Upavistha Konasana: 5 minuti
  12. Baddha Konasana II: 5 minuti
  13. Parivrtta Padmasana: 1 minuto
  14. 14. Bharadvajasana I: 1 minuto
  15. Bharadvajasana II: 1 minuto
  16. Marichyasana III: 1 minuto
  17. Marichyasana IV: 1 minuto
  18. Halasana: 5 minuti
  19. Salamba Sarvangasana: 5 minuti
  20. SAVASANA/ PRANAYAMA

POSIZIONI SEDUTE:

  1. Salamba Sirsasana I: 5 minuti
  2. Padmasana
  3. Parvatasana: 1 minuto
  4. Gomukhasana: 1 minuto
  5. Namasté II: 1 minuto
  6. Yoga Mudrasana I
  7. Supta Parvatasana: 1 minuto
  8. Supta Padmasana: 1 minuto
  9. Matsyasana I: 1 minuto
  10. Matsyasana II: 1 minuto
  11. Vajrasana I: 1 minuto
  12. Vajrasana II: 1 minuto
  13. Supta Vajrasana
  14. Dvipada Supta Vajrasana: 1 minuto
  15. Ekapada Supta Vajrasana: 1 minuto
  16. Virasana I: 1 minuto
  17. Upavistha Virasana I (ginocchia divaricate): 1 minuto
  18. Virasana II: 1 minuto
  19. Upavistha Virasana II (ginocchia divaricate): 1 minuto
  20. Supta Virasana: 1 minuto
  21. Baddha Konasana I: 1 minuto
  22. Baddha Konasana II: 1 minuto
  23. Halasana: 5 minuti
  24. Salamba Sarvangasana: 5 minuti
  25. Paschimottanasana: 5 minuti
  26. SAVASANA/ PRANAYAMA

GLI OCCHI DELL’INNOCENZA – Parte 1

Prefazione Uno

di Diana Eichner

Regista del film-documentario “Un Pesce alla Ricerca dell’Acqua”

Ho incontrato Dona per la prima volta nel 1997 a Berkeley, in California. Stavo cominciando una formazione quadriennale per insegnanti con lei ed ero impaziente di assorbire quanto più yoga avrei potuto. Il corso di una settimana mi ha dato elementi sufficienti per lavorare da sola per un anno intero, ma c’era un elemento in più nell’insegnamento che non mi sarei aspettata: l’uso che lei faceva delle immagini. Lei prediligeva un insegnamento visivo piuttosto che verbale e usava immagini molto efficaci per comunicare le sue idee. Invece di spiegare una posizione yoga con mille parole, lei diceva:“Guardate!”. Assumeva quella posizione e si aspettava che i partecipanti al corso avrebbero continuato facendo la stessa cosa.

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Newsletter N. 1/2015

Dio ha dato tutto agli uomini, cioè il Paradiso terrestre, e gli uomini per un certo tempo lo hanno accettato con grazia.

Poi hanno scoperto la propria potenza e da allora hanno preferito la loro azione trasformatrice ai doni di Dio. L’uomo è diventato ingrato. La natura vergine e incontaminata è stata violentata. Al posto di Adamo, nato grazie alla materia di cui è fatta la terra, polvere alla polvere, e dello Spirito Santo direttamente alitato nel grembo della Madre Terra, l’uomo ha preferito concepire lui stesso, disconoscendo che il suo potere era elargito da Dio. L’uomo ha perso la sua innocenza e ha voluto essere il Padre.

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Newsletter N. 1/2014

Sabato 14 dicembre, al Centered Yoga Studio Dhyana di Patrizia Gregori, si è tenuto un  seminario di pratica Centered Yoga, seguito da un dibattito sul tema della libertà.

Introduzione di Patrizia:

Affrontare il tema della libertà dai condizionamenti significa, in primo luogo, interrogarsi su cosa sono la condizione e il condizionamento e individuarne la differenza fondamentale. Avere una certa età è indubbiamente una condizione, lasciarsi condizionare dall’età è un condizionamento. La libertà dai condizionamenti va distinta dalle condizioni in quanto non ci si rende liberi uscendo dalle proprie condizioni, ma dai condizionamenti che quelle condizioni possono provocare o semplicemente evocare.

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Newsletter N. 3/ 2013

Sabato 9 novembre Patrizia Gregori ha tenuto presso la Centered Yoga Academy – Studio Dhyana un seminario di pratica Centered Yoga, cui hanno partecipato 20 allievi e cui ha fatto seguito un dibattito sul tema della consapevolezza. L’incontro è stato un momento di confronto sia con gli allievi della scuola sia con persone esterne, richiamate dall’interesse verso l’argomento trattato. Al termine, ai 40 partecipanti intervenuti è stato offerto un buffet.

Questo appuntamento è stato il primo di un ciclo di incontri in programma per quest’anno presso la Centered Yoga Academy – Studio Dhyana. Il prossimo evento è previsto per la metà di dicembre e il dibattito sarà incentrato sul tema della libertà.

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Newsletter N. 2/2013

Il 4 Maggio 2013 l’International Centered Yoga Association ha iniziato un nuovo corso di formazione in lingua inglese per studenti non italiani. Alla fine della settimana di corso trascorsa insieme, abbiamo organizzato un weekend di ‘divertimento’ da trascorrere con vecchi e nuovi allievi, una specie di festa di compleanno ‘in ritardo’.

Venerdì pomeriggio Barbara e Francesca hanno tenuto una classe yoga. La sera c’è stato un concerto di pianoforte con Dona e Gianluigi La Torre, l’insegnante di piano di Dona, il quale ha generosamente suonato per noi. Patrizia ha cantato e Paolo ha suonato il saxofono.

Ci si potrebbe chiedere: perché impegnarsi a fare tutto questo sforzo per esercitarsi al pianoforte e poi suonare davanti a studenti e amici quando non lo faccio di professione? Dopo tutto, sono un’insegnante di yoga e non una pianista. Perché farsi venire una tale scarica di adrenalina?

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